Direttamente dal Nord Europa, ecco a voi la Birra Danese

Come avviene in molti Paesi scandinavi o nord europei, anche in Danimarca nel corso degli anni si è sviluppata una vibrante cultura brassicola. Se comparata con le vicine Svezia e Germania, la Danimarca, con i suoi 5,5 milioni di abitanti, è una nazione particolarmente piccola. Ciononostante viene inserita nella “Top ten” di una particolare classifica: quella relativa alle nazioni con il consumo di birra pro capite più elevato. La birra, infatti, ha sempre ricoperto un ruolo di prim’ordine nella cultura danese, soprattutto a causa delle condizioni atmosferiche della regione che impediscono la produzione di vini. Come in molte altre nazioni Europee, fino a qualche secolo fa anche in Danimarca la birra era considerata la sostanza in grado di fornire il maggior apporto calorico e una bevanda più salutare rispetto all’acqua.

Le origini della produzione di birra danese risalgono approssimativamente al 1370 a.C.. All’epoca molte birre venivano addolcite con il miele. La bevanda conosciuta come la “Egtved Girl’s Beer” conteneva infatti mirtilli rossi, grano, myrica gale e un’elevata quantità di polline.

Oggi, il luppolo selvatico è presente in maggior parte del territorio danese. La sua introduzione risale molto probabilmente epoca medievale, soprattutto grazie alla presenza di monasteri Benedettini, Agostiniani e Cistercensi, in cui l’attività brassicola veniva svolta regolarmente, come nel resto d’Europa. Nel 1473, il Re di Danimarca Christian I ordinò la coltivazione di luppolo danese al fine di diminuire l’importazione di questa pianta dalla vicina Germania. I sovrani che gli succedettero seguirono la sua linea politica, portando i contadini danesi ad intensificare questa attività. Una naturale conseguenza di questa particolare politica fu la nascita di molti birrifici. Nel 1689, infatti, solo nella capitale Copenhagen si contavano 140 birrifici, la maggior parte dei quali produttrice di ale ad alta fermentazione. Circa due secoli dopo, nel 1845, J.C. Jacobsen trovò un lievito lager a bassa fermentazione nel corso della sua visita al Birrificio Spaten di Monaco di Baviera. Jacobsen portò questo particolare ceppo fino a Copenhagen e, l’inverno seguente, iniziò a produrre birra lager. Nel 1847 aprì il suo primo birrificio, che fu chiamato Carlsberg.

La birra lager si diffuse così rapidamente sul suolo danese che gli altri stili scomparvero via via dalla circolazione. Dai primi anni del ventesimo secolo all’inizio del ventunesimo, infatti, la birra danese più consumata era proprio la pale lager. Alcuni birrifici conobbero il loro apice in questo periodo. Nel 2002, però, la situazione cambiò: la svolta economica e l’attenzione da parte dei danesi ad uno stile di vita migliore portarono la diffusione di molti altri stili di birra. La popolazione danese, infatti, era desiderosa di più beni di lusso, cibi raffinati e di birre altrettanto particolari ed interessanti. In questi anni si verificò un calo del consumo della birra danese, così come avvenne anche in altri Paesi europei. Incertezza ed insoddisfazione, però, fanno spazio ai microbirrifici, che iniziano a proliferare e a venire incontro alle richieste degli appassionati. Nel giro di sei anni - dal 2002 al 2008 - il numero di birrifici in Danimarca passò da 19 a più di cento unità, con i microbirrifici a capo di questa nuova “rivoluzione”. Tanto era forte questo movimento che anche i grandi birrifici industriali furono costretti a mettere in atto un piano di rinnovamento. Questa ondata ricca di novità portata da microbirrifici come Mikkeller ha permesso il ritorno delle birre ale. Le nuove birre danesi artigianali furono brassate con l’influenza della cultura birraia di altri Paesi come Germania, Gran Bretagna, Belgio e America. Non manca però un tocco autoctono, dato dall’impiego di erbe e frutti locali come i mirtilli rossi, l’assenzio e il cardo. La menta, le mele e altri ingredienti, inoltre, permisero, anche in Danimarca, la diffusione dello stile Baltic Porter. Soprattutto a ridosso delle festività religiose come il Natale e la Pasqua i mastri birrai sono soliti rilasciare delle edizioni speciali di birra danese che, nella maggior parte dei casi, si ispirano alle tradizioni invernali della regione.

In Danimarca è presente un particolare interesse per il cibo tipico della zona. Le condizioni meteorologiche presenti nelle regioni settentrionali dell’Europa (ore di sole, pioggia e vento) e il tipo di terreno sono molto diversi da quelli di altri Paesi. Questo aspetto importante influenza lo sviluppo di materiali grezzi come i cereali, alcune specie di erbe e frutti particolari. L’orzo danese, per esempio, è conosciuto per la sua elevata qualità. Inoltre, si stanno effettuando degli esperimenti per riportare le vecchie varietà di malto e luppoli.

Al fine di sostenere la crescita incessante di microbirrifici, l’Associazione dei Birrai Danesi ha dato il via ad una vera e propria Accademia. A riprova di ciò è stato formulato un Dizionario della birra danese per permettere alla popolazione di comprendere al meglio le bevande a loro disposizione. Si tratta infatti di 110 parole che descrivono le varie caratteristiche della birra come aspetto, aroma e corpo. A Copenhagen nel mese di maggio si svolge regolarmente anche il Festival della birra danese.

Ecco, quindi, le migliori birre danesi selezionate da BirraLife.

Tiger Baby - Mikkeller

La Tiger Baby è una birra danese prodotta dal birrificio Mikkeller. Una birra assolutamente da provare. All’inizio i sentori olfattivi sono presenziati dai lieviti, che rapidamente lasciano libero il passaggio a fragranze fruttate e agrumate. Una chiusura secca, amara e agrumata è la vera “ciliegina sulla torta”.

Peter Pale & Mary - Mikkeller

Questa Pale Ale di color dorato chiaro viene brassata con luppoli americani. È una birra beverina dalla struttura particolarmente leggere. I sentori principali sono quelli tipici della scorza di agrumi. Il finale lascia un piacevole secchezza amara erbacea.

Hazy & Sally - Mikkeller

La Hazy & Sally è una birra danese artigianale che si distingue per il suo aroma di frutta tropicale. Viene brassata con un triplo dry-hopping tipico dello stile New England Ipa ed al palato risulta particolarmente amara. Il finale, secco, è la chiusura ideale.